domenica 25 ottobre 2015

Il tumulto di Prato del 20 maggio 1787

Busto in cera del vescovo di Prato e Pistoia Scipione de' Ricci di Clemente Susini, 1810 circa
Un capitolo poco conosciuto della storia di Prato ebbe luogo in una primavera degli ultimi anni del Settecento, per la precisione due anni prima dell'inizio della Rivoluzione Francese, nel maggio del 1787. L'ultimo granduca Medici aveva dovuto cedere il passo per mancanza di eredi diretti cinquant'anni prima. Pochi anni dopo, nel 1743, era morta anche Anna Maria Luisa, ultima della casata, conosciuta dai più per il titolo di Elettrice Palatina avuto con il matrimonio e per il lascito testamentario delle opere d'arte raccolte dalla famiglia allo Stato toscano.

Con la fine dei Medici si infranse un equilibrio secolare in cui - nel bene e nel male - si era adagiata la società toscana. I nuovi governanti, in precedenza granduchi di Lorena, di formazione illuminista, dallo spirito affine a quello protestante prevalente nelle regioni del Settentrione europeo, ebbero un inizio alquanto in sordina, visto che il successore di Gian Gastone, Francesco Stefano, visse poco a Firenze e molto a Vienna. Era l'erede al trono d'Austria e tre anni dopo la sua incoronazione a Granduca diventò imperatore, lasciando onori ed oneri del governo toscano a un consiglio di reggenza.

Questo cambiamento ebbe un'inevitabile accelerazione quando a Francesco Stefano divenuto imperatore successe il giovanissimo Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena, nono dei sedici figli di Maria Teresa, che a soli 18 anni, nel 1765, prese possesso del Granducato. 
Pietro Leopoldo di Lorena nel 1770, ritratto da Anton Raphael Mengs
La Toscana era all'epoca solo uno Stato minore nel panorama europeo. Ma era di certo il luogo ideale dove poter sperimentare quei principi che il vento dell'Illuminismo portava con sé, per arrivare a quella società senza privilegi, razionalmente organizzata nella libera affermazione delle attività individuali e tutta protesa nello sforzo comune per il raggiungimento del bene pubblico, vagheggiata dalle èlites riformiste dell'Età dei Lumi. 

Pietro Leopoldo era giovane, intelligente ed aperto, era ricettivo alle novità e soprattutto era una persona molto dotata di spirito pratico, che guardava soprattutto ai risultati delle proprie azioni di governo, mirate a mutare in profondità una società immobilizzata da mille impedimenti. Il suo arrivo nello stagnante panorama toscano ebbe l'effetto di un tifone.

Le riforme introdotte dal nuovo sovrano cercarono di fare della Toscana - marginale in Europa - un paese all'avanguardia. Cancellò gli infiniti dazi commerciali, che dividevano il territorio in tanti compartimenti stagni sostituendoli con un'unica bassa tariffa doganale, promosse la bonifica delle terre paludose della Maremma, liquidò di un sol colpo le corporazioni medievali, introdusse la riscossione diretta delle imposte da parte dello Stato, abolì il Sant'Uffizio e gli ordini ecclesiastici "inutili" - e cioè dediti alla sola preghiera - confiscandone i beni. Non ultima cosa, uniformò la giustizia, promulgando un nuovo Codice Penale che prevedeva per la prima volta nel mondo l'abolizione della pena di morte.

Le direttrici della sua politica furono tre: riforma dello Stato che livellava e accentrava le vecchie autonomie, giurisdizioni e consuetudini, riforma dell'istruzione che permetteva - almeno in linea di principio - a tutti i cittadini di averne una, riforma dei rapporti con la Chiesa che doveva trasformare quella che era un'ingombrante realtà parassitaria, molto formale e poco vissuta nella quotidianità, in uno dei motori del cambiamento.

In quest'ultima fase della sua opera Pietro Leopoldo trovò un alleato inaspettato. Erede di una nobile famiglia fiorentina dalle grandi tradizioni ecclesiastiche - un'antenata era quella Caterina salita agli onori degli altari - Scipione de' Ricci era di sette anni maggiore di lui, ma ugualmente determinato a riportare all'originaria purezza, e in ultima analisi a semplificare e in qualche modo a razionalizzare una fede cristiana che vedeva incrostata di superstizione. Le tesi a cui si richiamava Scipione erano almeno in parte quelle enunciate da Giansenio durante il secolo precedente. Il cristianesimo dell'età presente - sosteneva - era corrotto, ed andava riportato all'autenticità della chiesa di Sant'Agostino attraverso l'eliminazione di tutti quelle sovrastrutture che si erano aggiunte nel tempo e che distoglievano il popolo dalla "vera fede".
Com'è facile immaginare, un simile atteggiamento andava perfettamente d'accordo con la politica di Pietro Leopoldo. Scipione divenne nel 1780, grazie anche all'appoggio del Granduca, vescovo di Prato e Pistoia: e una volta preso possesso del suo incarico, cominciò a mettere in pratica le sue teorie, riformando per prima la propria diocesi. Sfrattò ordini religiosi, accorpò parrocchie, sconsacrò chiese che vennero quindi ridotte ad uso civile, contrastò il culto dei santi e delle reliquie che assimilava a vere e proprie superstizioni. La stessa ostensione pubblica della reliquia per antonomasia della Chiesa pratese, il Sacro Cingolo, non venne più fatta per sette anni consecutivi.
Prato nel XVIII secolo
Col passare degli anni e il procedere delle riforme, che andavano sempre di più a colpire privilegi secolari, tradizioni ed equilibri economici e sociali consolidati, quella disposizione di benevola aspettativa manifestata all'inizio dalla popolazione si trasformò in un atteggiamento sempre più critico e distaccato. Come giustamente annotava molti anni dopo Gino Capponi:
"Qui (in Toscana) erano inclinazioni tutte casalinghe, una gran voglia d'essere lasciati stare, allegro il vivere in campo angusto, ma lumeggiato d'antichi splendori, scarso lo stimolo del bisogno, il genio incredulo a nuove promesse. Le buone leggi erano state imposte con atti dispotici; quanto più andavano sin giù al fondo e alla pratica delle cose per ivi produrre effetti sicuri, tanto più avveniva che offendessero le vecchie abitudini." 
Il punto di svolta si ebbe con un Sinodo diocesano che Scipione de' Ricci convocò dal 19 al 28 settembre del 1786 a Pistoia per affermare le proprie idee sul rinnovamento della Chiesa. Quest'assemblea approvò una serie di tesi di impronta giansenista che avrebbero dovuto rappresentare un primo passo per la nascita di una chiesa nazionale, riformata e indipendente da Roma. Più delle altre proprio questa riforma, calata dall'alto senza un vero coinvolgimento popolare, venne vista come un'imposizione: di più, venne vissuta come un attacco mortale a quell'insieme di tradizioni e credenze che erano i caratteri rappresentativi della comunità.

Lo stesso clero che avrebbe dovuto portare avanti il rinnovamento si divise in due fazioni, pro e contro il de' Ricci. Ciascuna faceva il possibile per screditare e demonizzare gli avversari, mettendo in giro le voci più varie sulla portata delle riforme e sulla loro messa in pratica. In generale essendo i conservatori ben più numerosi degli innovatori, le voci a discredito divennero prevalenti e in breve incontrollabili: e in un'epoca in cui solo la parola parlata era accessibile alla maggior parte delle persone, non c'è da meravigliarsi se sulla base di queste voci si venne a creare una forza trascinatrice capace di provocare fermento nella popolazione.
Il duomo di Prato e il Palazzo Vescovile in una stampa del 1830
Venerdì 18 maggio 1787 alle tredici del pomeriggio entravano nel Duomo di Prato da una porta laterale un gruppo di incaricati del vescovo Ricci: l'amministratore del Patrimonio ecclesiastico Girolamo Gini, il Vicario Lazzero Palli, l'addetto alla Guardaroba Giovanni Antonio Gargalli detto "Rapa" e il responsabile della Fabbrica del Duomo Salvatore Nutini, trattenendosi nella chiesa per quasi un'ora e mezzo. Già eccitata da innumerevoli chiacchiere, questa ispezione prolungata e a porte chiuse fu vista dalla popolazione come un preliminare alla temuta - sebbene mai apertamente minacciata - demolizione dell'altare del Preziosissimo Cingolo di Maria Vergine.

Malgrado le pronte smentite degli interessati, la diceria continuò a girare nei due giorni successivi finché nel pomeriggio di domenica 20 maggio una "voce" che affermava che quattro marmisti venuti per demolire l'altare stavano nascosti nel Palazzo Vescovile e che al posto dell'altare della Sacra Cintola sarebbe stato realizzato un Battistero, fece scoppiare la scintilla finale che diede fuoco alle polveri.
Piazza del Duomo nel XVII secolo, tempera su carta montata su tela
Prato - allora città di circa 20.000 "anime" - in quel fine settimana era piena di gente, richiamata e incuriosita anche da queste voci oltre che dal fatto che era domenica e che il giorno successivo - lunedì - sarebbe stato giorno di mercato, anche allora uno dei più frequentati del circondario. Si stima che per le strade del centro storico ci fossero diverse migliaia di persone, probabilmente dalle 5 alle 8.000: un cronista contemporaneo, Francesco Buonamici, fornisce la cifra sicuramente esagerata di 25.000. Molte di queste stazionavano nella piazza del Duomo e nei suoi dintorni, intese a cogliere ogni sia pur piccolo movimento che potesse rivelare l'arrivo dei temuti marmisti.

Nel tardo pomeriggio della domenica un gruppo dei più facinorosi decise di ispezionare Duomo e Palazzo Vescovile per sincerarsi se e dove fossero nascosti questi operai. Come si può facilmente immaginare l'ispezione si trasformò in irruzione, e l'irruzione in perquisizione, con i famigli del vescovo in fuga e una marea di gente che entrava in Duomo e nell'attiguo palazzo vescovile a cercare i "marmisti" per ogni dove. 

Al grido di "via il Ricci" e con l'idea di rimettere le cose come stavano "prima" in nome della "vera fede" fu saccheggiato il palazzo vescovile e nacque un vero carnevale di processioni fuori tempo, con statue di Madonne e di Gesù portate in giro da torme di popolani stracciati e malmessi che andavano di chiesa in chiesa costringendo i parroci ad addobbarle di ceri e torce come se fosse Natale o Pasqua, togliendo e distruggendo le effigi e le insegne dell'odiato vescovo Scipione. Le campane del Duomo vennero suonate a distesa per ore e anche il campanile fu addobbato con un gran numero di torce a vento che lo resero visibile da chilometri di distanza, richiamando ulteriori folle dal contado che vennero ad aggiungersi a quelle già presenti in città.

Dicono le cronache che in quella notte vennero bruciate in questo modo, tra addobbi e processioni, circa 1500 libbre di cera, (più o meno mezza tonnellata di oggi) e per meglio scaldare l'animo dei facinorosi anche le cantine del vescovado furono svuotate da tutto il vino che vi si trovava. Il clou dello spettacolo fu la demolizione della Cattedra vescovile che era nel Duomo: venne bruciata in piazza insieme allo stemma del Vescovo e a tutti i libri che portavano le sue insegne. Con l'occasione venne lanciata anche l'idea di bruciare la stamperia che all'epoca si trovava sotto al Duomo, ma per fortuna a questa malsana trovata  non venne dato seguito. 

La festa durò fino al mezzogiorno del lunedì, ora in cui un delegato proveniente da Firenze con al seguito alcune guardie del granduca cedette alle richieste dei popolani, che ottennero un'ostensione straordinaria del Sacro Cingolo e la dichiarazione che mai e poi mai sarebbe stato abbattuto l'altare, seguita da una "processione del Gesù morto" fino alla chiesa di San Bartolomeo che calmò gli animi, aiutata anche dal fatto che ormai era mattina inoltrata del lunedì e il sonno, la stanchezza e il vino bevuto si facevano sentire. La folla a quel punto si disperse e tutti rientrarono a casa proprio nel momento in cui un contingente di truppe granducali, chiamate a reprimere il tumulto, fecero ingresso in città. 

Era il tardo pomeriggio di lunedì 21. Nei giorni successivi ci fu l'inevitabile repressione: soldati giunti da Firenze e da Livorno occuparono la città e diedero inizio a una perquisizione casa per casa che condusse all'arresto di circa 130 persone. I prigionieri vennero condotti al carcere fiorentino delle Stinche, furono interrogati e in massima parte condannati ad essere frustati sulla pubblica piazza, cosa che avvenne il lunedì 4 giugno sul Mercatale. Non ci fu però da parte del governo la volontà di infierire sugli insorti, quanto piuttosto quella di far vedere di essere in grado di reagire appropriatamente a un simile evento, pur senza volergli dare soverchia importanza.

Sebbene a quanto sembra non apertamente organizzato, il tumulto pratese fu un termometro fedele della protesta che montava nei ceti colpiti dalle riforme: la Chiesa in primo luogo che vedeva scardinati non solo i proprio privilegi ma perfino la sua stessa organizzazione, i nobili esautorati dal potere, gli artigiani veri o fittizi colpiti dalla soppressione delle corporazioni e dalle altre riforme liberiste leopoldine, i commercianti esposti alla libertà di commercio. Sicuramente l'anelito dei popolani a "rimettere le cose come stavano" derivava anche da condizioni di miseria e di mancanza di mezzi di sussistenza che faceva loro rimpiangere la stagnante Toscana degli ultimi Medici. Proprio di questo disagio si nutrirono i ceti conservatori per cercare di impedire il cambiamento fomentando la reazione.

Ma non è con una processione che si poteva fermare la marea montante della rivoluzione borghese. I tempi stavano cambiando, il mutamento sarebbe stato irreversibile e si sarebbe visto presto: mancavano solo due anni al 4 luglio 1789.

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