martedì 7 febbraio 2012

La (spocchiosa) libreria del Buon Romanzo di Laurence Cossé


Premetto che faccio (anche) il libraio per mestiere e per commentare questo libro non ho potuto fare a meno di partire da una serie di considerazioni di natura economica.


Au Bon Roman è una libreria che – dopo un vincente lancio pubblicitario – vende dalle 700 alle 1000 copie di libri al giorno, senza contare un 10% circa di vendite ad “abbonati” on-line. Se ipotizziamo un prezzo medio per copia di 12 Euro, si tratterebbe di una attività che incasserebbe ogni giorno dai 10 ai 12.000 Euro. Ovvero 260.000 Euro al mese, 2.860.000 Euro all’anno.

Inoltre, per sua stessa impostazione, la gran parte dei libri che vende non sono libri appena usciti. Non sono best-sellers, non sono titoli di cassetta. Sono titoli trascurati e anche fondi di magazzino: libri non più in catalogo trovati a prezzo di favore in depositi specializzati, titoli senza diritto di resa e quindi “in conto assoluto” con sconti già di partenza superiori alla media.

Riepilogando: quasi tutta merce difficile da piazzare, molti fondi di magazzino, niente resa. Ovvero, prodotti di stock; da qui ne conseguono sconti che vanno dal 40% (minimo) a… un tanto al chilo (massimo). Credo di non sbagliare ipotizzando per queste forniture uno sconto medio dal prezzo di vendita intorno al 40-45%, e forse anche di più.

In queste condizioni, Au Bon Roman genererebbe un utile lordo annuo di 1.100.000 – 1.400.000 Euro. Credo che se avessero venduto droga avrebbero guadagnato di meno.

Ciò nonostante il settore librario a detta dell'autrice è un attività ad alto rischio imprenditoriale, dove si lavora più per passione che per guadagno. Infatti la proprietaria della libreria, l’improbabile “italiana” Francesca Aldo-Valbelli, ne finanzia la nascita attingendo alle proprie disponibilità personali, e la mantiene in vita ripianandone le spese in disavanzo. E alla fine del romanzo Ivan detto Van, il gestore dell’impresa, deve affrontare un dissesto di circa 500.000 Euro che lo spinge a rilevare l’attività e a spostarla in un fondo meno prestigioso. Ovviamente indebitandosi. Viene da chiedersi che fine facciano gli utili di cui parlavo poco più su: tralascio di approfondire la cosa per carità cristiana.

Mi direte che Laurence Cossé è una scrittrice e non una contabile. Concordo con voi: ma proprio dalla contabilità spicciola dell’impresa che dà il nome a questo libro si misura in modo tangibile l’incompetenza dell’autrice in questione.

Già si parte da un concetto, quello di “buon romanzo" che è altamente opinabile. “Buon romanzo" in che senso? Nel senso di opera importante per la storia della letteratura, nel senso di opera piacevole per chi lo legge, o nel senso di opera dall’intento pedagogico tesa ad elevare lo spirito dei suoi lettori? In tutte le ipotesi – che non sono peraltro esaustive – credo proprio che non esista un libro che racchiuda al 100% tutte queste qualità. Un “buon” romanzo è per me solo un romanzo che mi è piaciuto; e con tutto il rispetto per l’altrui opinione, non credo proprio che quello che piace a me debba piacere a tutti, e - per converso - che quello che piace alla Cossé debba essere assunto hic et nunc all’Olimpo dei libri.

Quanto alla libreria, mi sembra che non che sia nulla di più di una fantasia consolatoria popolata da personaggi legnosi e stitici (in senso sentimental-letterario) messi senz'arte né parte in una trama evanescente.

Tutto è irreale, nel Buon Romanzo, tutto sembra un fondale di carta ritagliato, piatto e sbiadito: anche le storie d’amore tra Francesca e Van, tra Van e Anis sono astratte, prive del benché minimo fremito di empatia. Senza contare l’assurdità di una narrazione scritta parte in terza persona parte in prima – oltretutto con gli occhi di personaggi di secondo piano – in modo che chi legge a un certo punto non riesce più a capire “chi” sia l’Io narrante.

Eppure Au Bon Roman poteva essere un’idea interessante, sicuramente un mystery degno di nota. Cossé l’ha trasformato in un aborto incentrato su di un’idea snobistica trita e ritrita, quella della Letteratura come materia per pochi eletti che soli possono capire il valore di certe opere: che meno sono conosciute, meno sono comprese dal grande pubblico, e più importanza hanno. Quanto alla massa incolta, deve essere educata, e solo gli iniziati possono farlo…

Insomma, la consueta storia delle Accademie, delle cerchie di sapienti che soli sanno celebrare il gran mistero del Libro. E che giustamente devono lottare contro le insidie e i complotti degli infami servi del Denaro e della Cattiva Letteratura, che si riconosce proprio perché è quella più gettonata, quella che riempie le classifiche di vendita.

Ho sempre pensato che selezione fa un po’ rima con Inquisizione; a me chi vorrebbe decidere cosa devono leggere “gli altri” dà molto fastidio, e Cossé rientra in questa categoria. Senza contare che per tutto il libro ho avuto il retropensiero un po’ maligno di una sorta di “autopromozione” al contrario, della serie “se il mio libro non vende è perché è troppo al di sopra di quelle schifezze che riempiono le classifiche dei best-sellers”. Già. 

La libreria del buon romanzo
Di Laurence Cossé
Paperback, 402 pagine
Editore: E/O
ISBN 9788876419003

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